Day Three

Colazione, nel pub. Approfittiamo del catwalk per gli esibizionisti: e usciamo di scena con una camminata da sfilata pret à porter.

Direzione Anversa.

Solito giro in campagna, tra deviazioni e interferenze nella navigazione da parte di quello che ‘me lo invidiano tutte’.

Durante il viaggio scopro che il supermuseo è chiuso. Ma come? Per cinque minuti rimango con lo sguardo fisso nel nulla. Passato questo triste momento mi ripiglio. E va bene, prendiamo quello che c’è.
Seguiamo le indicazioni per il P+R parcheggi e tram.

Dunque…

Ossessionata dal capire dove sono mi avvicino alla mappa della metro/tram e mentre sto scrutando un gentilissimo signore anziano mi offre il suo aiuto. Poi torna a sedere. La signora con lui fissa Giacomo per più di 5 sec: scambio di coppia?

Stanchi e affamati arriviamo all’ostello. La tipa sta illustrando a una coppia le opportunità della città, sento che dice ‘questo è un posto carino, potete andare a prendervi un pizza e due birre e sedervi sull’erba, chiacchierare e guardare il film, ne proiettano uno ogni sera, in lingua originale…’. Allora prendo un giornaletto con la programmazione di un cinema e faccio a Giacomo: ‘dai sarebbe carino andare a vedere un film’. Lui risponde, con le palpebre mezze abbassate e la bocca tirata, critico: ‘sei una una città che non conosci, sei qui per visitarla e vuoi andare al cinema?’. ‘Beh, ma fanno ‘Priscilla regina del deserto…’. Di scatto si volta verso di me, improvvisamente rianimato, mi strappa la guida dalle mani, guarda, vede che è addirittura un sing-along e fa ‘ANDIAMOANDIAMOANDIAMO’ e pianifica febbrile ‘bisogna essere là presto, comincia alle nove… per le sette dobbiamo essere là, avranno già esaurito i biglietti… Per fortuna piano piano si calma.
‘Abbiamo fame’. La receptionist è sveglia e non devo aggiungere altro. ‘Ah ok, un posto per mangiare qui vicino, beh, in questa piazzetta trovate dei locali carini mentre se andate verso il centro ci sono i soliti posti, fast food e cose del genere’.  La scritta ‘FRITUUR’ me la sogno di notte, quindi niente fritto. Per vorrei qualcosa di liquido. Souppe non se ne trovano. Nel ristorante giapponese meno male compaiono.

Finalmente si mangia

Il fiammingo non è la mia lingua, chiedo aiuto a Giacomo che conosce la terminologia culinaria in tutte le lingue del mondo. Ordino una zuppa di pollo e verdure e una omelette. Penso di ordinare ciò. Non era una omelette ma una omelette maki, quindi il solito risetto asciutto (che va taaanto bene se hai lo stomaco imbarazzato ma non nel caso opposto) avvolto nelle alghe con un nucleo di frittatina. Ne mangio metà.
Andiamo verso il centro, obiettivo i must-see ma (su suggerimento della mappapergiovani) i negozi vintage.

Ci perdiamo, vediamo altro.

Non li troviamo. Chiedo, (mi pare che Giacomo sia avverso a chiedere) entro in una tea room che espone bellissimi muffins.

Forse ‘cupcakes’ più che muffins: il muffin + copertura di glassa + cosetto decorativo. Strano cheGiacomo non abbia fatto foto.

La ragazza mi illumina: il negozio indicato nella mappa per giovani è chiuso da mo’ ma se cerchiamo del vintage ci suggerisce altri posti. Ci avviamo. Uno… insomma, quello che a sentire lei era grosso e bello, decisamente il migliore di tutti è chiuso, l’ultimo, invece, niente di che. Mi pare che il significato del termine ‘vintage’ non sia stato recepito in Belgio. Non è sinonimo di ‘roba vecchia da buttare’- Giacomo, 2012.

Visto che il supermuseo è chiuso, ci dirigiamo al MAS, altro museo che ospita parte della collezione del primo.

Cammina cammina, Giacomo vede un orinatorio fico, due pareti metalliche ondulate che racchiudono e nascondono una terza piastra verticale con acqua corrente. Una cosa ‘di design’. Fa per fotografarla ma dice ‘no, forse non è il caso di fare foto qui’. Do’ un’occhiata in giro e solo in quell’istante mi rendo conto dell’atmosfera strana, la quasi assenza di rumori, poche persono – uomini, solo – che camminano lenti, con circospezione, guardandosi attorno. E poi, le signorine. In vetrina. Eposte in finestrelle lunghe e strette, come le Barbie nella confezione. Vuoi quella bionda e snodata? C’è. Quella bruna formosa? c’è. L’afroamericana abbondante con i labbroni? Quella un po’ agée, con occhiali, intenta a a fare le parole crociate? Quella con un certo qualcosa in più? Ce n’è per tutti i gusti. Dopo aver rimediato occhiolini e ammiccamenti a iosa, usciamo.

Arriviamo al MAS. Ora, questo museo racconta la storia di Anversa nel mondo e le sue relazioni, attraverso il fiume ed il suo importante porto.

MAS

ondulazioni

Boh, non siamo soddisfatti della visita.

Visat dalla terrazza del MAS

Continuiamo a gironzolare

su porceddu

Bollettino alimentare: dopo il pranzo abbiamo mangiato un cupcake (bello quanto vuoi ma un bocconcino) con caffè al tea room e preso un altro caffè.

Sono in deficit, seriamente. E sono un po’ stanca. Stanca di essere sempre vicino alla soglia di allarme e stanca fisicamente (la pappa reale funziona fino ad un certo punto, pare).

Necessito di qualcosa, oramai si avvicina l’ora di cena. Annuncio che entrerò al supermercato, Giacomo mi attenderà fuori, dice. Ottimo.  Entro, cambia idea e me lo ritrovo alle spalle. ‘Sennò come faccio a romperti le scatole’ dice. Sono fuggita. Per non sbroccare gli ho voltato le spalle e me ne sono andata in tutta fretta in una corsia a caso, per riordinare le idee. Ammetto di essere lenta nelle decisioni ma non è semplice per me acquistare cibo in un paese straniero, cercando di mediare tra quello che vorrei e evitare quello che non mi fa benissimo. Sommiamoci il fiato sul collo di Furio. L’ho raggiunto alla cassa, tranquilla.

Ci siamo seduti in una panchina a mangiare.

MA veniamo all’evento clou della serata: The Sing Along

Non si capisce dove sia questo cinema. Ma che ci sia scritto come arrivare nella quarta di copertina? Il mio fiammingo è zero ma sono una persona sveglia. Danno indicazioni sui tram che portano lì, ne studiamo il percorso, non si capisce. Poi mi cade l’occhio su un simboletto della mappapergiovani: è lui! il cinema che cerchiamo! Mi schiarisco la voce e parto con una lode a me stessa di almeno 10 minuti: con Giacomo bisogna incensarsi, prendersi i propri meriti e subito anche, altrimenti con un abile giro di parole ti porta a credere che sia tutto merito suo. E ti tocca pure dirgli grazie.

Si va. La tardonabionda un po’ appassita, alla cassa, ci dice che i posti sono esauriti, li hanno bruciati prenotando online e non possono fare entrare più gente per rispettare le norme antiincendio. C’è una waiting list, possiamo scrivere i nostri nomi e sperare che qualcuno non venga. Ci sono già sei nomi nella lista.

Entra in scena Giacomo, nella parte del piccolo fiammiferaio che sta morendo di freddo e il cui unico desiderio prima di terminare i suoi tristi giorni in questa valle di lacrime sarebbe entrare umilmente, anche mettersi in un angolino, non disturberebbe nessuno. Gli occhi grandi grandi, il labbrimo che trema, lo sguardo da ‘solo tu mi puoi salvare’… La bionda ha il cuore tenero ma ripete l’invito a metterci in lista. Passa un bonazzo e gli spiega la situazione: Giacomo ripete che veniamo da mooooolto lontano, apposta per questo evento, che non s’era potuto prenotare online… Il tipo – il boss – ripete la storia della lista ma almeno lo fa con classe e con un sorriso accattivante. ‘Comunque, se per caso trovi due biglietti, sono per noi, ok?’ gli faccio. Mi dice ‘ok’. Abbiamo fatto il possibile

Usciamo a bere qualcosa, in un bar dietro il cine.

Prendiamo una birra, la sorbisco piano piano, ma la prendo comoda tanto c’è mezz’ora da riempire. Giacomo la finisce ‘Fatto. Andiamo?’ (sono e 8:05) Ma se ho mezza birra ancora? Si rassegna e restare, chiacchieriamo e parliamo male dei quattro allegrotti, con boa rosa e fucsia seduti al tavolino a fianco. Ci chiediamo chi abbia i biglietti e dove possano essere. Ordiamo trame delinquentose.

Non capisco come, mi distraggo un attimo e il livello della mia birra mi pare stranamente basso. Giacomo ha un mezzo sorriso sulla faccia. Nooooo. Ora la girella di brioche con uvetta pazienza, colpa mia, ma la birra era nel MIO spicchio di tavolino, questa è invasione di campo. E notando la distanza tra il livello attuale e la traccia di schiuma precedente stimo che mi abbia ciucciato un bel po’ di birra. Non si può mai stare tranquilli. Meno male era solo birra, e comunque non l’ultimo sorso.

Torniamo al cinema.

Attendere prego. Assistiamo all’allestimento dell’ingresso del cinema, appendono decorazioni, se avessero molto da fare ci offriremmo di dare loro una mano ma sono tre palline in croce: sembrerebbe proprio una leccata. Guardiamo e sorridiamo. Tutti ci guardano e sorridono, soprattutto il boss: siamo le mascotte della serata.

Arriva gente. Un tipo con cappello da My Fair Lady’ accompagnato dal garagista, un altro con stivali argentati con zeppa e un tubino technicolor. E un sacco di gay, mai visti così tanti in vita mia.

My Fair Lay con meccanico

Gufiamo quelli con boa di piume rosa e fucsia, lanciamo sguardi di odio verso quelli che entrano: gente sobria, che non ha capito come ci si presenta ad un evento del genere. Dico, due pailettes, un attimo di laccato, una nuvola di chiffon… niente. In poche parole, gente che non si merita il biglietto. Certo, noi siamo vestiti normali con delle faccette stanche ma cosa c’entra: abbiamo un’animo glamour and glitter. E basta guardarci negli occhi per capirlo. Infatti Giacomo continua a fissare il boss per trasmetterglielo e quello gli sorride.

piumina rosa, aiutaci tu

quelli che hanno il biglietto

Continua da arrivare gente. Sono le nove. Nove e cinque. Giacomo si informa presso la bionda. Il boss  ci dice – sorridendo: sarà mica una paresi la sua? – che c’è posto per noi. Con uno stacco da centometrista Giacomo arriva alla cassa soldi in mano, nella confusione paghiamo 15€ anzichè 10 ma a quella tardona come fai a spiegarglielo che ti deve dei soldi, e poi sta per cominciare: fa’ niente, pazienza.

Siamo dentro! Troviamo posto in quarta fila. Dopo un po’ un tipo arriva con una bottiglia di champagne, ci parla in fiammingo, ci domanda quanto abbiamo pagato e, scoprendo che allora abbiamo acquistato dei biglietti deluxe estrae da una borsetta due kit e ce li porge: calice assemblabile in plastica e ventolina per evitare l’effetto lucido (sempre un po’ spiacevole) e ci versa dello champagne.

Champagne

Dico Champagne s.s., non spumantino de ‘noartri.

Inoltre come omaggio di benvenuto su ogni poltroncina è appoggiata una confezione con un preservativo.

Comincia!

Premiazione del ‘Meglio Vestito’: vince l’omone barbuto con l’arcobaleno addosso.

‘Ho messo il primo straccetto che ho trovato’

Parte la proiezione. Conosco un po’ la storia ma non l’ho mai visto. Le canzoni quindi non le so, a parte una o due famose, ma non mi pare un problema: adotto la ‘Tecnica del Delay’. Ho sviluppato e utilizzato per la prima volta questo escamotage alle elementari, quando la mia maestra mi domandò la tabellina del sette. Non la sapevo, a parte i primi quattro multipli, che conoscevo grazie ad una filastrocca. Quindi, furrrrba, decisi di dire lentamente i primi quattro e nel frattempo calcolare i successivi. Calcolavo con le dita. Dev’essere andata bene per i primi due, ricordo che il 35 l’ho detto, forse anche il 42, poi mi sono incasinata e mi ha scoperto. Qui ho rispolverato la cosa, praticamente mi sono messa a cantare con un leggerissimo ritardo e ho fatto la mia porca figura. Insomma, circa. Ho steccato, ho urlato ma mi sono divertita tantissimo. Mica come la bionda pettinata che avevo a fianco, composta per tutta il film.

Ci siamo sgolati, ci siamo agitati, almeno abbiamo dato un po’ di soddisfazione agli organizzatori, che cavolo, gli altri erano sciapi. Gente triste.

Finito lo spettacolino c’è il party nella terrazza del bar. Andiamo, diamo un’occhiata, circolano vassoi con finger food e calici ma sinceramente la stanchezza ha il sopravvento, afferro una polpettina al volo e ce ne andiamo. Prima ringraziamo il nosto amicicio Sempre Sorridente.

Tram, mangio due biscotti comprati al super, a nanna.

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